Benvenuti da Storiando L’oggetto della Storia è l’uomo. Diciamo meglio: sono gli uomini che la Storia vuol cogliere. Chi non vi riesce non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell’erudizione.

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Frontiere chiuse in Inghilterra?

 

Le affermazioni del Ministro dell’interno Inglese Theresa May creano panico sui social.
O meglio: i titoli dei giornali italiani sulle affermazioni del ministro dell’Interno conservatore britannico creano panico fra gli italiani in Inghilterra e fra gli italiani in Italia che non vedono l’ora di lasciare il Bel Paese per lavorare.
E’ rimbalzata sui social da un gruppo di italiani all’estero all’altro la notizia che la Gran Bretagna vuole chiudere le frontiere (anche) ai cittadini dell’Unione Europea che si spostano per studio e per lavoro (o per chiedere i Benefit!). Ovviamente la Stampa italiana ha cavalcato l’onda, credendo di essere, gli italiani, al centro dell’attenzione della Ministra inglese. Non a caso la notizia segue di pochi giorni quella sull’aumento delle partenze dall’Italia che ha visto giungere solo in Inghilterra più di 57.000 persone (come tutti gli abitanti di una cittadina come Foligno, Tivoli o Manfredonia) nel giro di un anno (Marzo 2014-marzo 2015). Ma sono state nel complesso più di 330mila le nuove presenze sul territorio della Regina. Read more →

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Riflessioni sui convegni Back to the future: 1968, the 1960s and our time e Il ’68: che cosa rimane dell’utopia

Durante la settimana dal 19 al 23 maggio 2008, si è tenuto a Roma, un intenso doppio seminario di riflessione ed analisi sul Sessantotto per i quaranta anni che ci separano da quella data, organizzato in collaborazione tra il Centro Studi Americani ed il Goethe Institut: uno, dal titolo: Back to the future: 1968, the 1960s and our time, che prevedeva interventi su  “Letteratura, storia e cultura americana”; l’altro, presso il Goethe Institut di Roma, dal titolo: Il ’68: che cosa rimane dell’utopia, denominato “settimana tematica sul Sessantotto”. Read more →

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Recensione al libro di Giuseppe Carlo Marino, Biografia del Sessantotto. Utopie, conquiste, sbandamenti, Milano 2004

Giuseppe Carlo Marino, docente di Storia contemporanea presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Palermo, si è dedicato allo studio dei partiti politici italiani e della realtà siciliana analizzandola da varie inquadrature con “L’ideologia sicilianista” del 1972, “Storia del separatismo siciliano” (1979), una “Storia della mafia” del 1998, e “I Padrini” del 2001.

Il “lunghissimo” Sessantotto di Giuseppe Carlo Marino è in realtà una storia dell’Italia repubblicana, con un taglio prospettico dal basso, o meglio sarebbe dire dal centro, intendendo con questo un nuovo centro sociale che si rivelerà protagonista della storia italiana degli anni Sessanta. Il libro si apre con una domanda: quale democrazia? La risposta che l’Autore dà è netta: una ambigua democrazia, quella italiana, la cui ambiguità consisteva nell’accogliere all’interno di se stessa quelle forze che erano appena state sconfitte dalla lotta di liberazione e soprattutto dalla Resistenza, (abbracciando le tesi di Claudio Pavone sulla continuità, fra periodo fascista – o struttura fascista – e Italia repubblicana), nel perpetuare l’uso di sistemi repressivi contro le masse popolari in sciopero, e nel mancato ricambio della pubblica amministrazione, se non invece un repentino cambiamento di appartenenza politica da parte di molti ex fedeli al fascismo. Nel decennio che si chiude con l’anno di svolta del 1956, periodo di costruzione della democrazia, a guidare la “mobilitazione sociale per la salvaguardia dei diritti e delle libertà costituzionali” sarebbero stati, secondo l’Autore, i comunisti.  A spiegare la forze di attrazione che il partito comunista avrebbe avuto, anche su persone distanti dal marxismo, durante il primo decennio e per mettere in luce le carenze che la Democrazia Cristiana mostrerà nei confronti delle aspettative di un paese in ricostruzione, Marino afferma: “Per un paradosso tutto italiano, la democrazia era concretamente invocata e difesa proprio da quelle forze sociali che, dal punto di vista dei loro avversari, la minacciavano” (p.19).  In un clima politico già, o ancora, diviso crebbero le nuove generazioni. Marino ne individua tre, che, fra loro legate anche se tendenzialmente lontane a causa della rapidità dei cambiamenti interni alla società, e comunque insieme contrapposte alle precedenti – “per dar forma e coerenza all’analisi di un materiale fluido ed eterogeneo come quello che costituisce nel tempo le aggregazioni generazionali” (p.141) – sono così classificate: i “figli della guerra”, i loro fratelli minori o “figli del dopoguerra” e i “babyboomers” del miracolo economico. I primi, nati tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta, che avevano vissuto gli ultimi anni del Regime e che crescevano nella delicata fase di trasformazione di una società arretrata in una caratterizzata dalla ‘post-modernità’, si dividevano in due sottogruppi: i giovani-anziani, legati al tradizionale sviluppo che vedeva la giovinezza come una fase di passaggio per approdare all’età adulta, e i giovani-giovani, che ne facevano “una fase di ideazione e di utopia gravida di cambiamenti radicali, in rottura con il passato” (p.37). “A parte i militanti e i gruppi organizzati che di solito, (come per gli studenti), sottostavano all’egemonia dei rispettivi partiti di riferimento (e quindi dei padri e degli anziani), una gran parte, forse la maggioranza, dei figli della guerra viveva le condizioni dell’ambigua democrazia e le tensioni delle trasformazioni in atto nel Paese come una sorta di malattia esistenziale. Per loro la ricerca di un’autonoma identità generazionale si risolveva spesso nel tentativo non riuscito, e qualche volta deliberatamente eluso, di dare uno sbocco pubblico e una forma politica alla propria inquietudine.” (p.60).

I riferimenti culturali di questa inquieta generazione sarebbero venuti dall’estero, dalla Francia, con Jean-Paul Sartre e Albert Camus, e in modo prorompente dagli Stati Uniti, patria della beat generation, con “il romanzo anti-romanzo di Jack Kerouac” On the road, nonché attraverso la musica. Questi punti di riferimento, esterni anche ai tradizionali valori, divennero motivo di identificazione in contrasto con tutto ciò che ne era escluso, primi fra tutti i propri padri, quei padri già diversi perché formatisi prima della ‘spaccatura’ della guerra. E se la lezione di Sartre consisteva nel suggerire di fare delle scelte, queste scelte spesso si trasformarono nell’engagement politico, che fosse “regolare” e quindi legato ai partiti (gli impegnati integrati) o “irregolare”, in contrapposizione con essi (gli impegnati apocalittici), di sinistra per maggior numero ma anche di destra. Ad accelerare il processo di opposizione, sia interna al mondo politico che esterna, fu “la tempesta del signor Tambroni” (p.120), anno cruciale fu il 1960. A parte il colorito giudizio personale di Marino sull’uomo Tambroni, vero è che la stretta conservatrice si fece sentire e la risposta non tardò ad arrivare soprattutto attraverso la protesta emozionale dei giovani “che si resero, ciascuno a modo suo, interpreti di quei valori antifascisti che, a sinistra, rassicuravano gli integrati nel loro impegno di militanza e rinfocolavano la generica vocazione rivoluzionaria degli apocalittici”. (p.128). Nel capitolo “idee e passioni dell’estremismo di sinistra” Marino analizza il rapporto tra i giovani ed il sistema, un sistema difficile da definire per la sua eterogeneità, ma comunque e anche per questo, “nell’ambito di una valutazione della realtà talvolta ideologica ma più spesso soltanto emotiva”, da contestare. Sull’onda di un’internazionalizzazione del presente, ed in seguito alla fase disgregativa dello schieramento rivoluzionario guidato dall’Urss, nacque e si svilupparono nel nuovo decennio una moltitudine di gruppi extrapartitici legati a modelli di riferimento diversi da quelli facenti capo al tradizionale mondo sovietico, e che trovarono nella Cina di Mao, nel mito di Che Guevara o nel Vietnam di Ho Chi Minh una alternativa vincente al modello capitalista. I “gruppettari”, i “fratelli minori” di seconda generazione, in lotta contro l’“abominevole sistema” intanto leggevano Adorno, Horkheimer, Fromm, Marcuse, Benjamin e Lukacs, Sartre, Merleau-Ponty e rivedevano gli scritti di Lenin e Gramsci, manifestavano una vitalità culturale ricca di speranze e indirizzavano le loro proteste verso tutti coloro che rappresentavano l’autorità, dalla figura paterna al maestro, dal professore al politico, dalla chiesa al partito. Anche le donne organizzavano la loro ribellione al sistema, in parte ancora all’interno dei partiti (Udi, Ragazze Comuniste), ma soprattutto attraverso una più spontanea espressività, l’uso di un linguaggio innovativo e il confronto con temi legati alla sfera sessuale, come dimostra lo scandalo che suscitò la pubblicazione di un’inchiesta sui rapporti prematrimoniali apparsa nel 1966 sul giornale scolastico “La zanzara” del liceo Parini di Milano. Il 1966 è l’anno di svolta, anno di mezzo della Rivoluzione culturale cinese, “fu dunque – un po’ ovunque nel mondo, e anche in Italia – l’anno in cui l’antiautoritarismo e il disprezzo giovanile per la moderazione e il conformismo degli integrati cominciarono a prendere forma politica in un generalizzato slancio di passione per il cosiddetto Terzo mondo, con segni crescenti e plateali di iniziativa, oltre che nel chiuso dei circoli gruppettari, direttamente nelle piazze” (p.184), anticipando, e facendo presagire, la nascita di un movimento che avrà un ruolo importante nella vita pubblica italiana nonostante molti osservatori continuassero ad ignorarlo. A dare una chiara manifestazione di quanto stesse accadendo all’interno del mondo studentesco fu un “fatto gravissimo e simbolico, l’uccisione del giovane Paolo Rossi” avvenuta il 27 Aprile in seguito a scontri fra gruppi di destra e sinistra. Marino dà una impostazione abbastanza riduttiva dell’evento, riconducendolo al conflitto tra fascisti e “Nuova Resistenza”; in realtà si trattò dell’apice di una escalation di tensioni scaturite da anni di contrapposizioni fra schieramenti politici organizzati all’interno del sistema della rappresentanza studentesca, e, a mio avviso, esempio calzante del clima di conflittualità interno allo stesso mondo giovanile, che, soprattutto a destra, metteva in pratica forme di violenza indirizzate alla fine verso l’intero sistema, e che verrà confermato al “tempo delle Erinni” tramite l’acutizzarsi del conflitto durante il biennio 1969-70.

Nel capitolo successivo “Idee e passioni dell’estremismo di destra”, l’autore traccia le linee dei riferimenti ideologici dei movimenti neo fascisti in modo simmetrico rispetto a quelli della sinistra, analizza il rapporto fra i giovani che hanno scelto la strada antisistemica da destra e la modernizzazione, e cerca le linee di unione fra lo spontaneismo e l’organizzazione partitica. Per vari motivi, tra cui la mancanza di fonti e la minor chiarezza di quelle a disposizione, nonché per il carattere di segretezza proprio di questi movimenti, il risultato si limita a proporre alcune ipotesi.

Per ‘fare’ il Sessantotto “le varie componenti generazionali si fusero in un’unica aggregazione giovanile”, così come giovani provenienti da diversi gruppi e da diverse realtà si trovarono uniti. Antimperialismo, antiautoritarismo, terzomondismo furono elementi che agirono da collante. Marino non condivide le tesi dello spontaneismo, ma anzi ritiene che il Sessantotto sia scaturito da “un lungo processo di elaborazione politico-culturale, su specifiche basi generazionali, in grado di formare una sua propria identità collettiva e un suo informale apparato dirigente”(p.261). Piuttosto ci si trovò disorientati di fronte all’effetto novità di un fenomeno che “non aveva precedenti: inedita la cultura, inedita la composizione sociale del movimento (nettamente trasversale tra le classi e i ceti sociali), inedite e sempre volutamente sperimentali le forme organizzative adottate. Del tutto inedita era soprattutto l’idea di fare delle scuole e delle università la metafora del sistema da abbattere nella sua interezza (…)”.  La grande spinta innovativa, alimentata da un totale coinvolgimento degli studenti nella lotta contro il sistema, dovette misurarsi con la gestione delle conquiste fatte nelle università occupate, con la mancanza di progettualità politica, con la frattura fra la corrente oltranzista e quella pacificatrice e si esaurì amaramente nel rapporto tra studenti ed operai.

Il Sessantotto fu un fallimento? Per l’epoca, ben rievocata da Marino, lo fu dal punto di vista politico (come sarà messo in evidenza dagli eventi successivi, quelli che si riferiscono solitamente al “lungo 68” e sfociarono nel ‘77 per chiudersi con il ‘78 del caso Moro), non da quello sociale, perché comunque palesò i cambiamenti che erano in atto nella società, solamente che di questi cambiamenti strutturali esso fu il “sintomo e non certo la causa” (p.354).

La fine delle speranze del movimento Sessantottino ha per Marino una data: 12 dicembre 1969, e un luogo: Piazza Fontana a Milano: da questo momento ci sarebbe stata una “espropriazione del Sessantotto”, ad opera di raggruppamenti extraparlamentari come Lotta continua, Avanguardia operaia e Potere operaio, anche a causa della polarizzazione scaturita dalle dinamiche legate ai poteri occulti del “doppio Stato”; vi sarebbe anche stata una perdita della componente giovanile, ormai non più elemento caratterizzante del Movimento. A caratterizzare il dopo fu invece un acutizzarsi della tensione e della contrapposizione fra gli estremismi, fu forse anche la perdita di vista degli obbiettivi, seppure mai sembrino essere stati chiari o necessari, fu per molti la delusione, il disincanto, la quotidianità, per alcuni la lotta armata. Sebbene Marino ritenga che “al vaglio di un attento giudizio storiografico, il Sessantotto, non può ridursi a una querelle sul fallimento o sul successo di quanti lo vissero da protagonisti”, penso che sia utile tornare, come del resto lui stesso fa, sulla domanda: il Sessantotto fu un fallimento? E’ utile intanto perché qualsiasi risposta aiuta a ri-definirlo, e soprattutto perché sembra essere questa la domanda centrale, il filo rosso che percorre l’intera ricostruzione di quello che ho definito il lunghissimo Sessantotto e che parte dal dopoguerra. Proprio nel silenzio dei protagonisti del Movimento studentesco, o nel loro parlare a bassa voce – come ha scritto B. Placido in un articolo citato dall’Autore (in “La Repubblica”, 28 settembre 2003, cit. p.465) – potrebbe esserci la conferma del fallimento, più collettivo che individuale; in rapporto invece al concetto di rivoluzione è interessante la tesi di Marino: “si potrebbe dire che si trattò, per un verso, di uno slancio rivoluzionario utopico all’estremo limite di un trapasso delle generazioni a un’altra età e, per un altro verso, di un tentativo ‘controrivoluzionario’ fallito”(p. 469). Il primo teorema, quello dello slancio rivoluzionario utopico all’estremo limite di un trapasso, dimostra che in realtà la peculiarità del Sessantotto non consistette in una innovazione delle pratiche di rottura con il passato, anzi ne ricalcò i caratteri, così come i giovani dell’inizio del secolo, ereditando i valori dei propri padri, li avevano superati enfatizzandoli e trasformando così gli ideali patriottici in “estremistiche passioni nazionalistiche”; i riferimenti culturali e politici alla base della loro azione erano quelli precedentemente acquisiti, come quelli che derivavano dalla Resistenza per i “figli della guerra”.  Se, come sostiene l’Autore, è stata la storia a fare il Sessantotto, la sua eccezionalità è data proprio dalla sua ambientazione storica, ovvero dal momento di massima maturazione della modernizzazione, di cui i giovani si fecero interpreti delle contraddizioni. In questo senso la tesi del fallimento non può essere sostenuta. Il secondo teorema, invece, supporta la tesi del fallimento, se lo si considera come “tentativo controrivoluzionario”: di fronte alla post-modernità incalzante e alla paura di perdere il controllo della storia, i sessantottini, angosciati per il futuro, alzarono le barricate costruite con le parole della tradizione anticapitalista e marxista, create quindi da quegli stessi maestri che dovevano essere combattuti e che si riferivano a schemi propri del periodo della  rivoluzione industriale che invece stava volgendo a termine.

Il libro di Marino, attentamente costruito su una base interpretativa che potremmo chiamare, parafrasando Gramsci,  “storiografia della prassi”,  è originale e stimolante, e come era nelle sue intenzioni, di facile lettura nonostante la mole (il proposito di essere sintetico in fondo era limitato alla nota introduttiva). Le fonti si rifanno principalmente a documenti inediti dell’Archivio Centrale dello Stato, con particolare riguardo alle carte di polizia e ai rapporti prefettizi, ma la ricostruzione si avvale anche di interessanti riferimenti ad esperienze personali, che mostrano una certa partecipazione dell’autore -comunque mediata dalla veste di storico- distinguendo questo libro dalla usuale storiografia sul Sessantotto fondata su un approccio memorialistico (vedi G. Viale, M. Capanna, L. Passerini etc.). Un elemento, a mio avviso, ben analizzato è il mondo giovanile nell’insieme, anche se alla fine sembra essere un’entità anti-individuale, un ‘attore storico’ con un proprio corpo ma ancora indefinito; è possibile fare una ricostruzione particolareggiata della categoria “giovani” e renderla categoria storica? Per fare questo bisognerebbe avere a disposizione materiale privato (diari, lettere, appunti; quando i tempi saranno maturi) e avvalersi delle testimonianze attraverso un sistematico uso delle fonti orali, questo un po’ manca nella ricostruzione di Marino, che comunque ha messo in luce un aspetto interessante: l’elemento emozionale delle giovani generazioni nei confronti dell’utopia e della vita.

Ma cosa pensano le nuove generazioni del Sessantotto? Come vedono questi etruschi? Intanto la curiosità continua ad esserci, e a prescindere dai circuiti dell’informazione mass-mediatica. C’è curiosità e attesa, attesa che questa memoria venga difesa da coloro che si sono autoestinti, c’è attesa che alzino nuovamente il volume della voce, ma c’è anche l’attesa di tempi che permettano una lucida e distaccata analisi di quella fase storica, anche se il lavoro di Marino dimostra che si stanno avvicinando.

(Quello che resta è il disincanto, che forse è più nostro, dei figli degli anni di piombo, degli anni Ottanta e del crollo del muro di Berlino, ma che forse è anch’esso l’eredità lasciataci dalla storia, soprattutto recente).

 

Paola Bernasconi.

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Pubblicazioni

A fairy tale dictator: children’s letters to the Duce”, Modern Italy, Taylor & Francis, London, 2013.

Dalla trincea alla piazza. L’irruzione dei giovani nel Novecento”, a cura di Marco De Nicolò, Viella 2011; “ Alle radici del ‘68”, pp.gg. 375-390.

Zwischen Aktivismus und Gewalt: Die Wurzeln des italienischen Neofaschismus” in M. Livi, D. Schmidt, M. Sturm, Die 1970er Jahre als Schwarzes Jahrzehnt, Campus, 2010, pp.gg. 171- 190. Read more →

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Research Interests

My research interests are in the social and political history of Italy and Europe in the XIX and XX century, particularly Italian State building, the “cult” of Fascism, political conflicts in the Italian Republic, youth and student movements, the process of European integration.

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Presentazione del Libro di Alberto Vacca

L’8 ottobre è stato presentato presso la Casa della Memoria e della Storia di Roma, il libro di Alberto Vacca, frutto di una lunga ricerca su un fondo archivistico denominato “Sentimenti del Duce”. Il fondo raccoglie migliaia di lettere inviate a Mussolini durante il Ventennio come manifestazione di “affetto, riconoscenza, entusiasmo”, e non come molte altre per rivolgere delle “suppliche” o richieste di aiuto. Questo materiale rappresenterebbe, quindi, l’aspetto spontaneo dell’invio di tali apprezzamenti alla figura del Duce. Ma il condizionale è d’obbligo perchè bisogna tenere in considerazione quale possa esser stato il concetto di spontaneità durante quel particolare periodo storico. Molte lettere fanno supporre che vengano guidate da una grande mano che guidò il consenso e con sé le menti degli italiani. Read more →

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Festa dell’Europa

Era il 9 maggio 1950. Erano passati solo 5 anni dalla fine della guerra più devastante della storia umana, quando il ministro degli esteri francesi Robert Schuman pronunziò il discorso che sarebbe stato il collante di un lungo processo di integrazione europea. I presupposti si basavano su fattori economici: la costituzione di una Comunità europea del carbone e dell’acciaio, le due materie prime fondamentali all’economia dell’epoca. Il fine era mantenere la pace nel continente affinché quell’esperienza non si dovesse ripetere mai più.

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può apportare alla civiltà è indispensabile per il mantenimento di relazioni pacifiche” (Dichiarazione Schuman). Read more →

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Ricordiamo Paolo Rossi. 27 aprile 1966

Paolo Rossi era un ragazzo che studiava all’università. Era il 1966. Era figlio di antifascisti e credeva nella ancora giovane democrazia. Stava partecipando alle elezioni studentesche universitarie. Quello è stato il suo ultimo giorno.

Il 27 di aprile del 1966 è, a Roma, “una stupenda giornata di primavera[1]”. Paolo Rossi, studente del primo anno di architettura dell’Università “La Sapienza”, esce di casa alle nove del mattino insieme alla sorella Orietta per recarsi in segreteria ad iscriversi agli esami della sessione estiva. Allo sportello dove si pagano le tasse vi è una lunga fila di studenti. Read more →

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25 Aprile 1945 – 25 Aprile 2013

Oggi è il giorno della festa della Liberazione. E’ un giorno di festa, uno dei più importanti che abbiamo in questo paese, e spero che tale rimanga. E’ necessario festeggiare, commemorare, ricordare. Ricordare che siamo stati Liberati dall’occupazione dei Nazifascisti. Dalle atrocità della guerra Nazifascista. Da uno dei momenti più atroci della nostra storia. Siamo stati liberati dalle deportazioni di massa, dai rastrellamenti, dagli eccidi, dalle torture, dalla violenza quotidiana, dai bombardamenti. Da tutto ciò che la malvagità umana sia riuscita a creare. Read more →